PSICOLOGIA   &   SALUTE 

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LA PSICOLOGIA "SCOLASTICA"

 

In generale é lo studio dei problemi psicologici della scuola, dei docenti, degli scolari e, sotto certi aspetti, anche dei genitori, in quanto le famiglie non possono essere escluse dal percorso scolastico dei loro figli.

In particolare è la ricerca delle motivazioni che rendono uno scolaro meno efficiente di un altro, pur non avendo disturbi psichici.

E' accertamento di gravi o lievi anomalie, per le quali la psicologia scolastica propone un’assistenza sistematica per l’intero ciclo degli studi o per il periodo di tempo necessario alla soluzione del problema.

Gli psicologi che s’interessano di tale settore sottopongono gli scolari ai test mentali per valutare il loro livello psichico e sociale e segnalano alla competente autorità, i casi che richiedono assistenza psicologica o psichiatrica.

Fanno, inoltre, colloqui con familiari e docenti, sia per valutare il grado di maturazione del ragazzo sia per testare il rendimento insufficiente di alcuni che, pur presentando un livello intellettivo nella norma, manifestano varie forme di disadattamento familiare e scolastico, che li fanno allontanare ingiustificatamente dalla scuola.

In alcuni casi e per breve durata, se lo psicologo è anche psicoterapeuta, pratica anche psicoterapie della famiglia per favorire un’interazione più compatta con la scuola medesima.

E’ utile la psicologia scolastica?

Oggi è indispensabile, ma purtroppo non è garantita una presenza psicologica sufficiente per due motivi.

Il primo è quello economico in quanto mancano fondi per coprire adeguatamente tutte le scuole.

Il secondo è l’inadeguata preparazione dei genitori e dei docenti a sostenere il confronto con lo psicologo che, pur non interessandosi dei programmi di studio e dell’insegnamento, è vissuto come "critico" dell’operato altrui.

A causa di questa inadeguata preparazione spesso i genitori si sentono colpevolizzati e i docenti sottoposti a giudizio. E' nella professionalità dello psicologo evitare che ciò avvenga. 

 

Psicologia Scolastica: problematiche d’attualità

sulla privacy e la deontologia professionale

 di Elena Leardini
Consulente legale della Commissione Etica dell’OPL

E’ stato rivolto all’Ordine degli Psicologi della Lombardia un quesito che sicuramente interessa anche i Colleghi che nella nostra Regione operano nell’ambito della Psicologia Scolastica. Lo pubblichiamo pertanto su questo numero del nostro notiziario, insieme alla risposta ad esso fornita dalla dottoressa Elena Leardini, Consulente legale della Commissione Etica dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia.

Il quesito rivolto

“Sto iniziando a lavorare nelle Scuole superiori con i ragazzi; vorrei avere informazioni e approfondimenti circa i principi etico-deontologici che regolano la professione nel lavoro con i minori. Mi riferisco per esempio alle questioni della privacy, del consenso genitoriale all’utilizzo dello sportello da parte dei figli, e soprattutto mi interroga l’art. 13 del Codice deontologico, relativamente all’obbligo di denuncia. Quali situazioni sono considerabili “da denuncia” o “da segnalazione”? Quale rapporto tra l’obbligo etico-deontologico della denuncia e il rispetto del segreto professionale e dei tempi soggettivi del minore che potrebbero non coincidere con il “dovere della segnalazione”? Quanto può essere fatto all’interno della Scuola e quali servizi del territorio con cui mettersi in rete?”

Risposta

Il Suo quesito tocca argomenti di straordinaria attualità e necessita di una risposta articolata. Data la vastità del tema Psicologo/minore, mi permetto di circoscrivere l’ambito del mio parere al contesto Scuola/Psicologo/minore, ferma restando la mia disponibilità a trattare ed approfondire in altra occasione anche altri aspetti. Lo Psicologo che opera in contesti istituzionali è tenuto, in ogni caso, ad operare nel rispetto dei propri principi etico-professionali, pur tenendo in conto le regole e le esigenze proprie dei suoi referenti lavorativi. In altre parole, lo Psicologo che lavora nell’Istituzione scolastica dovrebbe da un lato assicurarsi che il servizio che è chiamato a fornire sia stato concepito ed istituito dalla Scuola in osservanza delle leggi vigenti e dall’altro sincerarsi che i propri referenti/responsabili siano in grado di garantirgli un certo grado di autonomia, in modo che egli possa agire in scienza e coscienza, nonché nel rispetto delle proprie regole di condotta professionale.

Prima di addentrarci in maniera più specifica nel Suo quesito, ritengo doveroso procedere a due precisazioni, che sebbene all’apparenza ovvie, vengono talora trascurate nella pratica: innanzitutto, “Autonomia della Scuola” è un concetto di carattere amministrativo, traducentesi in una maggiore autonomia organizzativa a livello di singole scuole rispetto all’apparato centrale statale, ma che non può portare a ritenere sussistente un “potere impositivo” della Scuola nei confronti dell’utenza. In altre parole, qualsiasi iniziativa che la Scuola intenda attuare (anche se contenuta nel P.O.F.) deve sempre passare attraverso la raccolta del consenso degli alunni e, ove essi minorenni, degli esercenti la potestà sugli stessi.

La cosiddetta “Scuola dell’obbligo” non può e non deve essere intesa come una “Scuola che obbliga”, bensì come Istituzione di tipo amministrativo creata al fine di garantire alla famiglia il godimento di quel diritto/dovere all’istruzione e all’educazione che la Costituzione (art. 30) attribuisce ai genitori nei confronti dei propri figli.

Il C.D. degli Psicologi prevede il dovere, da parte del Professionista, di accertarsi che ogni prestazione professionale a carico di persona minorenne venga subordinata al consenso degli esercenti la potestà sullo stesso (v. art. 31 C.D. Psic.).

La seconda precisazione riguarda la circostanza che, ad oggi e sulla base della legislazione vigente, l’istituzione di un servizio di Psicologia Scolastica può comportare l’instaurazione di una “relazione” giuridica: tra Professionista e Dirigenza scolastica, nel caso di prestazione di attività di consulenza esclusivamente alla Scuola; tra Dirigenza scolastica, Professionista e Corpo Docente, nel caso di un servizio aperto anche a questi; infine, tra Dirigenza scolastica, Professionista, Corpo Docente e utenza, ove fosse prevista una consulenza anche per gli alunni. Queste varie relazioni necessitano, in genere, l’esatta identificazione di chi sia il committente e chi, invece, il destinatario della prestazione offerta dal Professionista.      

Tornando alle prime due questioni da Lei sollevate, esse sono un esempio di come Scuola e Psicologo vengano chiamati ad operare insieme nel rispetto dei diritti dell’utenza: quanto alle norme di tutela della privacy, la raccolta di dati anche sensibili, il loro trattamento e conseguente custodia devono avvenire nelle forme stabilite dal decreto legislativo 196/2003 “Codice Unico in materia di protezione dei dati personali” (che regolamenta, tra l’altro, anche la prestazione del consenso, nonché l’identificazione del Responsabile dei dati medesimi). Inoltre “lo Psicologo che collabora alla costituzione o all’uso di sistemi di documentazione si adopera per la realizzazione di garanzie di tutela dei soggetti interessati” (art. 17 Codice Deontologico Psicologi).

In ogni caso, è doveroso sottolineare che l’art. 6, 2° comma Codice Deontologico prescrive allo Psicologo di salvaguardare sempre “la propria autonomia nella scelta dei metodi e degli strumenti psicologici, nonché della loro utilizzazione; è perciò responsabile della loro applicazione ed uso, dei risultati, delle valutazioni ed interpretazioni che ne ricava”, riaffermando, in tal modo, uno dei principi cardine della deontologia che è quello della responsabilità professionale personale dello Psicologo. Altro discorso vale circa il dovere del segreto professionale imposto allo Psicologo dagli art. 11 e seguenti del Codice Deontologico e, in particolare, circa le eventuali deroghe a questo dovere dettate dall’art. 13 Codice Deontologico.

Quanto al segreto professionale, esso interviene tra lo Psicologo e il destinatario della sua prestazione e riguarda tutte le “notizie, fatti o informazioni apprese in ragione del suo rapporto professionale” (art. 11 Codice Deontologico) e può essere derogato solo ove ricorrano specifiche ipotesi, quali – innanzitutto – un esplicito consenso in tal senso espresso da parte del destinatario della prestazione, nonché - ove lo stesso sia minorenne o incapace – di coloro che sullo stesso esercitano la potestà (art. 12, 2° comma, art. 31 Codice Deontologico), ovvero qualora la legge stessa imponga allo Psicologo di informare l’Autorità circa determinate notizie che possono assumere rilevanza pubblica, stante la loro possibile riconducibilità a reati o a situazioni di pregiudizio e/o pericolo per determinati soggetti, in particolare se minori.

Occorre premettere che sia l’obbligo di denuncia, sia l’obbligo di referto sono previsti dal Codice Penale e la violazione di questi principi integra gli estremi di un reato “proprio”, nel senso che può essere commesso solo da determinate categorie di persone: i pubblici ufficiali (artt. 357 e 361 Cod. Penale) e gli incaricati di pubblico servizio (artt. 358 e 362 Cod. Penale) nel primo caso, gli esercenti un’attività sanitaria nel secondo (art. 365 Cod. Penale).

Quanto all’obbligo di segnalazione, esso trova il suo fondamento principalmente nelle norme che si pongono a tutela di soggetti deboli, quali i minori o gli incapaci. Nel caso dello Psicologo che offra un servizio all’interno di una Scuola pubblica o privata-parificata, per determinare se e quale eventuale obbligo gli venga imposto dalla legge, occorrerà preliminarmente verificare il ruolo che egli viene ad assumere all’interno dell’istituzione. Ove tale ruolo sia configurabile, se non come quello di pubblico ufficiale, quanto meno come quello di incaricato di pubblico servizio, egli sarà tenuto a denunciare all’Autorità di cui all’art. 361 Codice Penale un reato del quale abbia avuto notizia nell’esercizio o a causa delle sue funzioni o servizio, a meno che non si tratti di un reato perseguibile a querela della persona offesa. Ritenuto, al contrario, che lo Psicologo non ricopra un ruolo di cui sopra, si dovrebbe stabilire se l’attività prestata possa o meno avere natura sanitaria; nel primo caso, insorgerebbe in capo allo Psicologo un obbligo di referto, a meno che il fatto non costituisca un reato perseguibile a querela di parte, ovvero il referto esponga la persona assistita a procedimento penale.

Pur non esistendo, allo stato, una previsione legislativa che espressamente chiarisca quando e sulla base di quali criteri uno Psicologo possa essere definito quale “esercente un’attività sanitaria”, si può legittimamente ritenere che un’attività di consulenza psicologica svolta sotto la forma di colloqui limitati nel tempo, quando non addirittura estemporanei, senza che essi possano essere preliminari ad una vera e propria presa in carico da parte dello Psicologo, non possa essere definita “sanitaria”. Nel caso concreto, occorrerebbe altresì verificare e tenere conto degli obblighi contrattualmente assunti dallo Psicologo non solo nei confronti dell’utenza, ma anche nei confronti dello stesso “datore di lavoro/committente” e, cioè, la Scuola. Sempre con riferimento all’ultimo comma dell’art. 13 Codice Deontologico, lo Psicologo, in assenza di un obbligo specifico in tal senso, potrebbe in ogni caso ritenere sussistente “la necessità di derogare totalmente o parzialmente alla propria doverosa riservatezza, qualora si prospettino gravi pericoli per la vita o per la salute psicofisica del soggetto e/o di terzi”. In caso di minori, tale facoltà può mutarsi in dovere in base all’art. 9 della L.184/83, che contempla sia la facoltà (riservata a qualunque cittadino dal 1° comma), sia l’obbligo (imposto a determinate categorie di soggetti dal 2° comma) di segnalare all’Autorità Giudiziaria minorile eventuali situazioni di abbandono e/o disagio di un minore.

Posto che la Scuola, in sé e a parte l’esercizio delle funzioni educative sue proprie, non ha alcun potere di interferire coercitivamente nella vita privata familiare delle persone, lo Psicologo potrà (o dovrà), possibilmente di concerto con la direzione scolastica, nonché con il responsabile dei dati personali raccolti, valutare la possibilità ed eventuale efficacia di un primo tentativo di soluzione “volontaria” del problema insorto, anche in collaborazione e con l’ausilio dei Servizi Sociali territorialmente competenti.

In caso di reato, ovvero nei casi più gravi ed in totale assenza di una collaborazione da parte del soggetto e/o degli esercenti la potestà sullo stesso, ritengo che alla Scuola non resti che la segnalazione all’Autorità Giudiziaria, che sarà quella penale in caso di reato, quella minorile in caso di abbandono o pericolo per un minore.

In conclusione, lo Psicologo incaricato dalla Scuola di svolgere la propria attività a favore degli studenti dovrà, a mio avviso e in linea generale, verificare che la Scuola abbia provveduto ad istituire detto servizio nelle forme e nei modi previsti dalla Legge e dall’Amministrazione; sincerarsi che i potenziali fruitori del servizio siano stati adeguatamente informati ed abbiano prestato il loro libero consenso (direttamente o tramite i legali esercenti la potestà); fornire all’utente e alla Scuola “informazioni adeguate e comprensibili circa le sue prestazioni, le finalità e le modalità delle stesse, nonché circa il grado e i limiti giuridici della riservatezza” (art. 24 Codice Deontologico); in ogni caso, sempre e comunque, agire con consapevole professionalità e porsi come primo obiettivo la tutela psicologica del soggetto destinatario della propria prestazione (tra gli altri, artt. 3, 4, 25 Codice Deontologico)”.

 

 
 

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